MONTEFALCO

L’architettura del Medioevo è fotogenica, soprattutto con tre condizioni di illuminazione: quella naturale del mattino terso, meglio se ventoso e con qualche intrusione leggera di cumuliformi o cimbri; quella del crepuscolo che sembra avvolgere tutto, ma in realtà estrae selettivamente spigoli, aggetti, intersezioni e dona loro una luce calda che è tagliente e morbida allo stesso tempo; oppure quella della notte-notte, riscaldata selettivamente dalle lampade ad incandescenza, sul giallo direi, con fiocchi di luce che decadono rapidamente nell’oscurità ma emanano spigoli, sporgenze, trame di muro. Ma lo spettacolo sarebbe completo se la notte fosse stata preceduta da una pioggia intensa e quindi il riverbero del selciato a lastroni, si ergesse a debole specchio. Luce diretta e luce indiretta. Aggiungiamo un pizzico di vento a far oscillare le lampade fissate a muro. Ecco, così è perfetto.

Per arrivare a Montefalco le strade da seguire sono diverse, non c’è che l’imbarazzo della scelta, ma forse qualcosina di meglio lo si ha arrivando da sud, attraverso la via Flaminia.

Montefalco, è un borgo che non si fa pregare, ha la celata tirata giù sullo sguardo arcigno. Su in alto il paese sembra scalare la collina, alto come la prua, anzi la polena di un vascello, nello spigolo che punta a nord. Le mura merlate circondano il borgo, bellissimo ed intatto, con un portale di grande valore, con le dorsali principali che convergono alla piazza centrale, una volta superato il portale di accesso, e la ragnatela di vicoli che si spezzettano in andamenti sinuosi, paralleli, intricati, spesso in discesa per seguire il profilo della collina sottostante.

Qui abita il sagrantino, vitigno autoctono con una carica tannica pari a quella di nessun altro. Tanto alta che pone o poneva dei seri problemi alla lavorazione e all’ottenimento di un vino morbidamente bevibile. Per questa ragione la tipicità delle produzioni nel passato si era concentrata soprattutto sulla versione passita di questo vitigno.

Stava scomparendo oltre venti anni fa, il Sagrantino, fino a quando, soprattutto per merito di Caprai, si è assistito alla rivalutazione qualitativa del vitigno, alla sua esecuzione anche nella versione secca, alla sua lavorazione con legni nobili, ma soprattutto applicando anche al sagrantino le moderne tecniche, materiali e cautele di produzione senza i quali un prodotto moderno non può nascere.

Il sagrantino è capace di regalare emozioni forti, a partire dalla carica alcolica. Difficile trovare la versione secca al di sotto dei 15 gradi nell’esecuzione base e si sale ancora per le riserve, fino ai 18 gradi per la versione passita, ma lì è tutta un’altra storia…

Forza alcolica ma anche forza di tannini e di acidità, perché una carica di alcool così non è in grado di piegare il vitigno e portarlo a miti consigli. Il vino risulta sempre orientato verso la durezza piuttosto che al lato della morbidezza, con i caveat riportati in seguito.

Il Sagrantino aggredisce le gengive come un mastino lasciato troppo tempo in catene, si aggira famelico per la cavità orale, incontrastato, alla ricerca di saliva da asciugare, forza il palato dilatandosi come un aerostato. Wow! Mica per tutti e non sempre piace. Anche qui però, esistono versioni più morbide, e comunque il tempo ed il legno sono degli eccellenti argomenti di arrotondamento cui il mastino scende a patti per certo. Non ne ho mai bevuta una versione che abbia più di 10 anni, ma mi figuro lo spettacolo.

Mi ero dimenticato dei falchi che qui erano allevati e che influenzano il toponimo. Sarebbe bello vederne volare uno, ampio e lento sulla pianura e poi risalire forte i pendi, quasi a sfioro. Ma non siamo in un romanzo ed il cielo resta muto di predatori. Passa invece alle mie spalle uno scooter e lo prendo come il grido della civiltà, rammentandomi che anche io sono giunto qui in auto e non a piedi, come un viandante.

Scusami, Montefalco, tornerò ancora a trovarti, per farmi perdonare.

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