Terre di Federico II

Ottagono regolare con otto torrioni ottagonali in ciascuno degli otto vertici del poligono principale. Otto. Costruzione in severa arenaria bianca a due ordini, con un leggero cordone a sottolinearli, feritorie strombate sui torrioni e finestre bifore sovrapposte al centro dei lati. Solo un ingresso, nulla attorno, incontrastato fino al mare. Il Castel del Monte di Federico II è un mistero del medioevo italico e svevo. Costruito nel XIII secolo per un sovrano itinerante, oggi colpisce per questo suo senso di sospensione fra l’ardito, il mistico e l’inutile. Carico di significati esoterici e misterici, quasi un gigantesco astrolabio di pietra.

A sfuggire alla comprensione è la funzione ed il senso di questa costruzione che si erge isolata. Poi, sono passati circa 800 anni dall’inizio della costruzione di questo castello ed il contesto climatico è decisamente cambiato. Ottocento anni fa qui intorno il terreno era ricoperto di boschi, laghi e fiumi, ove adesso si coltiva il grano, là in fondo, verso sud-est si vede il profilo di Altamura, con i suoi immensi granai, campi enormi e senza fine di oro biondo che viene dalla terra, punteggiato da enormi querce o eucalipti e diviso da quadrilateri di ulivi, e poi ancora grano e ulivi, grano e ulivi.

Oggi il castello resta una costruzione affascinante ed enigmatica, avvolta in se stessa, con minime concessioni. Anzi, sembra proprio che sia il castello a scrutarti e non tu ad ammirarlo. Anche a fare un giro completo ad anello alla sua base, senza mai distoglierne lo sguardo, si avverte sempre come una compostezza ed una sensazione di perfezione simmetrica, che emana una strana energia. Costruzione da cui nemmeno gli squilli dei telefoni cellulari di inaccorti bipedi distolgono lo sguardo.

Castel del Monte è anche un ottimo punto di partenza per conoscere la moderna Puglia del vino. I vigneti non si vedono, ma il Castello fornisce il nome ad una DOC che porta il suo nome, istituita nel 1971 e modificata nel 1995 per la struttura attuale, nelle varietà bianco, rosato e rosso. Le varietà ammesse sono sia autoctone che internazionali. Annoveriamo fra i bianchi (Pampanuto, Bombino bianco Chardonnay, Pinot nero, Pinot bianco, Sauvignon), fra i rossi (Aglianico, Uva di Troia, Bombino nero Montepulciano, ancora Pinot nero).

Muovendosi da Castel del Monte siamo per esempio ai confini con il Salento, terra di Primitivo, Uva di troia, e Negroamaro, basta spostarsi a sud ed ogni desiderio enologico trova pace e conforto, in masserie e consorzi.

Spostiamoci a nord, magari lungo la dorsale adriatica, ed ecco soprattutto comparire i bianchi intensi e profumati, quali chardonnay e bombino, in esecuzioni che sanno essere sorprendentemente leggere e fresche.

Bisogna invece spostarsi più ad est e leggermente a sud, all’interno, prendendo per Venosa e poi per Melfi, per addentrarsi nel territorio dell’aglianico.

In questi spostamenti non si abbandona mai Re Federico, in quanto da Melfi, capitale politica ed economica del suo regno, ci si sposta agevolmente e si raggiungono tutti i luoghi appartenuti al colto sovrano svevo.

Faccio spazio ad una riflessione che merita di essere declinata e verificata: in ogni ambito e ad ogni altitudine, qui come altrove, lo sforzo del singolo deve essere sempre supportato da un ambiente favorevole, un tessuto collettivo che faccia da volano moltiplicatore, perché i risultati siano consistenti e commisurati con l’impegno profuso. Qui in Puglia la base di partenza c’è ed è di valore. Come a contraddire, a mancare è il campione, un fuoriclasse di razza suprema che riesca a trascinarsi dietro tutta la zona, cassa di risonanza per attrarre i riflettori, magari anche quelli internazionali, migliorare un ambiente da cui tutti si gioverebbero.

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